Rigosa a me è patria, di fronte a Pachino, promontorio della Sicilia, a 27 gradi sotto l’altezza del Polo boreale, a 39 gradi invece per longitudine dalle isole Canarie
Le vie di Ragusa Ibla, anche più di quelle di Noto, emanavano ricordi di vita aristocratica ridotta ad uno stato spettrale.
Il paradiso è quaggiù mentre respiriamo e viviamo.
La pianura aveva un ricamo di vene azzurrastre che rispecchiavano il cielo e che seppellivano in una corsa agile, nelle mute sinfonie del mare.
Puntasecca tace col suo faro bianco e nelle gabbie di morte il seme spinge la terra e il frutto non ha odori né sapori è come un lungo amore senza abbracci.
Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto.
Dopo lunga e perigliosa navigazione, Ulisse finalmenti aviva attrovato la sò tanto circata Itaca.
Il vento, a corde, dagli Iblei, dai coni delle Madonie strappa inni e lamenti su timpani di grotte antiche come l’agave.
In luglio, Modica si arroventò, prese colori violenti. Il suolo bruciava; in alto, pareva che il cielo color neve fresca dovesse sciogliersi, al contatto delle cime.
Comiso è circondata dai cavoli come Venezia dal mare.